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Alla scoperta dell'aristocratico veneziano che reinventa la tradizione del vetro — 1stDibs
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Giberto Arrivabene Valenti Gonzaga non avrebbe mai immaginato di percorrere questa strada, eppure oggi il suo marchio è diventato uno dei più raffinati interpreti del design veneziano.
di John Wogan
Tra i palazzi monumentali che si affacciano sul Canal Grande di Venezia, uno in particolare porta il nome di Giberto Arrivabene Valenti Gonzaga, conte veneziano, marito della principessa Bianca di Savoia Aosta e padre di cinque figli, che vi ha vissuto da sempre.
Palazzo Papadopoli, edificio rinascimentale del Cinquecento il cui piano nobile custodisce affreschi di Giandomenico Tiepolo e i cui due giardini privati lo distinguono tra le grandi dimore del Canal Grande, appartiene alla famiglia Arrivabene da generazioni. Oggi gran parte della struttura ospita l'AMAN VENICE, uno degli hotel più celebri al mondo. Arrivabene e la sua famiglia vivono ai piani superiori.
È, senza dubbio, un indirizzo fuori dal comune. Ma Arrivabene lo porta con leggerezza, e preferisce parlare della fatica quotidiana di tenere in piedi un palazzo antico piuttosto che del privilegio di abitarci. Suo padre morì quando lui aveva nove anni, e come unico figlio maschio si trovò a dover gestire il peso economico della casa. Mobili e quadri furono venduti, e per anni il palazzo rimase quasi vuoto, mentre i debiti si accumulavano.
Alla fine fu una collaborazione con Adrian Zecha, fondatore di Aman, a salvare l'edificio e a trasformarne la vita interna. "Sono tutti di buon umore," racconta Arrivabene parlando dell'atmosfera quotidiana dell'hotel. "Sorridono tutti."
Questa stessa sensibilità, il piacere della bellezza e delle persone, caratterizza anche le sue attività imprenditoriali. Circa vent'anni fa iniziò a disegnare oggetti in vetro: prima bicchieri ispirati a esemplari antichi della collezione di famiglia, poi vasi, brocche, cornici e complementi d'arredo realizzati insieme ai maestri artigiani di Murano, l'isola della laguna veneziana che dal Duecento è il cuore della lavorazione del vetro europeo.
Il marchio che ne è nato, GIBERTO VENEZIA, oggi si trova in una boutique sul Ponte di Rialto e in un flagship store all'interno dell'Aman, oltre a essere distribuito a livello internazionale, anche attraverso 1stDibs.
Una delle figlie di Arrivabene, Mafalda Arrivabene Valenti Gonzaga, dirige le collaborazioni e i progetti speciali dell'azienda. "Sono cresciuta a Palazzo Papadopoli, circondata dalla passione di mio padre per il vetro e dalla maestria degli artigiani muranesi: un'esperienza che ha plasmato profondamente il mio senso estetico," racconta. "Oggi il mio obiettivo è onorare questa eredità portando l'anima di Giberto Venezia in un contesto sempre più internazionale."
Giberto è diventato uno dei marchi più rappresentativi del design veneziano: creazioni radicate nella tradizione artigianale, plasmate dalla memoria personale, capaci di restituire quella leggerezza, in ogni senso della parola, che contraddistingue il vero VETRO DI MURANO.
Di seguito, Arrivabene racconta a Introspective la sua infanzia tra affreschi straordinari, la condizione sempre più fragile dell'arte vetraria muranese e il motivo per cui vendere le proprie creazioni gli risulta, ancora oggi, emotivamente difficile.
In che modo essere cresciuto a Palazzo Papadopoli ha influenzato la sua decisione di iniziare a disegnare oggetti?
Sono cresciuto tra Venezia, Roma e la campagna italiana, circondato dalla bellezza ovunque guardassi, e in casa avevamo moltissimi oggetti. Ma non avrei mai pensato di disegnare vetri. Ho cominciato quasi per gioco, vent'anni fa. Ero spesso a Venezia, e gli amici mi telefonavano dicendo: "Ho rotto uno di quei bicchieri, come faccio ad averne altri?" Così ho iniziato ad andare a Murano, disegnando bicchieri ispirati a quelli antichi di casa, ma con una sensibilità più moderna. E da lì, un progetto ha portato all'altro: ho cominciato a comprare vecchie scatole d'argento, ad aggiungere pietre sui coperchi, a trasformare la natura stessa dell'oggetto. Mi piace fare cose diverse. Ma il vetro è stato l'inizio di tutto.
C'è un oggetto o un momento preciso in cui ha capito cosa voleva creare?
La prima cosa che mi viene in mente è una piccola tazza da cioccolata del Settecento appartenuta a mia nonna. In quell'epoca il cioccolato valeva quanto l'oro, e la tazza che lo conteneva rifletteva quel valore. La conservo ancora, e ne ho realizzato una versione in vetro. Poi ci sono i bicchieri Palazzo, nati quando ero a Marrakech e mi servirono il tè in bicchieri con incisioni dorate di architetture. Ho pensato: e se applicassimo quella tecnica di incisione al cristallo veneziano, con ogni bicchiere che raffigura la facciata di uno dei grandi palazzi della città? E il bicchiere da martini è nato all'HARRY'S BAR, leggendario locale e ristorante veneziano: metti il bicchiere nell'acqua e poi nel congelatore, e quando lo tiri fuori il freddo resta imprigionato nel vetro. Quell'idea è confluita direttamente in un progetto sviluppato insieme al capo barman dell'Aman.
Venezia ha ovviamente segnato ogni aspetto della sua vita e del suo lavoro. Come è cambiata la città da quando era bambino?
Quando ero piccolo, Venezia contava duecentomila abitanti. Oggi sono circa quarantaseimila: uno su quattro se n'è andato. Non esisteva Airbnb, che ha fatto danni enormi. Le botteghe artigiane sono sparite perché gli affitti sono diventati impossibili, e al loro posto sono arrivati negozi che vendono a chi non ha nessun interesse per il vero artigianato veneziano. E non succede solo a Venezia: è così a Firenze, a Roma, ovunque. Aprire la nostra boutique a Rialto è un piccolo gesto di speranza, un tentativo di restituire a quella zona qualcosa di ciò che era un tempo. Quando ero giovane, le calli intorno a Rialto erano piene di artigiani. Stiamo cercando di riportare un po' di quello spirito. Anche le mie figlie hanno un negozio lì, Vibi Venezia, dove realizzano le tradizionali furlane veneziane. Servirebbe un miracolo per cambiare davvero le cose, ma ci proviamo.
Giberto Venezia è costruito attorno alla lavorazione del vetro di Murano, un'arte sotto forte pressione. Cosa la preoccupa di più? E che futuro immagina per gli artigiani?
Lavorare a Murano è sempre più complicato. Mancano i maestri capaci di produrre vetro davvero eccezionale, perché è una disciplina straordinariamente difficile. Un tempo si iniziava l'apprendistato da giovanissimi, passando decenni davanti alla fornace prima di padroneggiare il mestiere. Oggi non è più possibile: si comincia da adulti, con turni durissimi in un caldo estremo, e sempre meno giovani vogliono farlo. Poi c'è stata la pandemia, che ha costretto le fornaci a fermarsi per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, bloccando mesi di produzione e chiudendo definitivamente circa il trenta per cento di esse. L'altro problema è che i clienti spesso non riescono a distinguere il vero vetro di Murano dalle imitazioni economiche prodotte altrove e vendute nei negozi di souvenir. Quando qualcuno non capisce la differenza tra il lavoro di un maestro e un pezzo uscito da una catena di produzione, è molto difficile spiegare perché i nostri prezzi siano quelli che sono. Ultimamente però ho incontrato giovani venuti a Murano per imparare il mestiere, e questo rinnovato interesse delle nuove generazioni è la nostra migliore speranza: che diventi non solo una tradizione veneziana, ma una tradizione viva, capace di attirare chi vuole impararla.
Quando lavora con un maestro davanti alla fornace, come si svolge concretamente quella collaborazione?
La cosa più difficile, nel vetro, è creare qualcosa che non si è mai visto prima, o almeno qualcosa che regali un'emozione mai provata davanti a un oggetto in vetro. Qui si lavora il vetro da secoli. Sembra che tutto sia già stato fatto. Quindi il dialogo con un maestro riguarda sempre quel confine: fin dove si può spingere la forma, il peso, la luce? La leggerezza dei nostri bicchieri, in particolare, è qualcosa che non ho trovato da nessun'altra parte. Sono soffiati così sottili da sembrare quasi privi di peso in mano. Quella qualità viene interamente dal maestro. Il mio compito è sapere ed immaginare cosa voglio. Il suo è capire se è possibile, e come realizzarlo.
Vendere su 1stDibs significa raggiungere acquirenti che magari non verranno mai a Venezia, che non toccheranno mai un pezzo prima di comprarlo. Cosa pensa della sfida di comunicare qualcosa così legato a un luogo attraverso uno schermo?
La storia dietro ogni pezzo è per noi fondamentale: da dove viene, perché ha quella forma, come è realizzato. Quando pubblichiamo qualcosa su Instagram o sul sito, c'è sempre l'oggetto, la sua storia, e poi il contesto: come appare in una casa, come la luce lo attraversa. Il vetro cambia completamente a seconda della luce e dell'angolazione, e cerchiamo di catturare questo aspetto. Ma devo ammettere che trovo quasi impossibile, dal punto di vista emotivo, vendere le mie stesse creazioni. Ho bisogno che sia qualcun altro a farlo per me. Riesco a vendere le cose degli altri, non le mie. So troppo bene come sono nate, quanto sono costate da realizzare, perché ogni dettaglio è fatto in un certo modo.
Cosa può raccontarci delle sue creazioni più recenti?
C'è molto fermento in questo periodo. Stiamo lanciando una nuova misura più piccola delle nostre cornici in velluto, molto eleganti e perfette da regalare. E poi ci sono le mini cornici in cristallo di rocca, disponibili in versione quadrata e triangolare. Sono ispirate a un'estetica alla Fabergé, realizzate dai nostri artigiani migliori, oggetti molto precisi, di quelli che sembrano semplici finché non li tieni in mano.
C'è anche il Dardo, un piccolo vassoio in vetro per gioielli e piccoli oggetti personali, realizzato a Murano con la tecnica della cera persa, un procedimento antichissimo, con un cabochon incastonato in ogni pezzo.
E poi, per la Venice Glass Week di settembre, lanceremo una serie di cinque vasi realizzati insieme a Gianni Seguso. Ogni vaso ha una forma e una dimensione diversa, e sono tutti realizzati con una particolare tecnica craquelé, che consiste nell'immergere ripetutamente il vetro ancora caldo in acqua fredda: questo crea una rete di fessurazioni sulla superficie che lo fa sembrare esattamente ghiaccio. È uno di quei processi in cui, in un certo senso, lavori contro il materiale, costringendolo a fratturarsi in modo controllato. Il risultato è straordinario. Per me questa collaborazione ha un significato particolare, perché Seguso è uno dei grandi nomi di Murano, e creare qualcosa di nuovo insieme, per il festival, mi sembra esattamente lo spirito che dovrebbe animare la Venice Glass Week.
Una parte del suo palazzo oggi ospita l'Aman Venice. Come funziona questa convivenza?
È stato un miracolo che le cose andassero così. A causa di problemi finanziari di lunga data, il palazzo versava in condizioni difficili. Quando Adrian Zecha, il fondatore di Aman, si sedette nel mio studio e mi disse che cercava una proprietà a Venezia da quindici anni e che quella era quella giusta, all'inizio risposi che non vendevo e non me ne andavo. Ma col tempo siamo diventati amici, e lui mi ha convinto ad affittargliela. Abbiamo fatto diciotto mesi di restauro, con più di cento persone al lavoro nel cantiere, e vedere un investimento del genere riversarsi sulla casa è stato straordinario. Oggi il palazzo è sempre pieno, tutti sorridono, gli ospiti salgono e vogliono conoscere la storia della famiglia e dell'edificio. Una situazione così dipende molto dal carattere: se non ti piace parlare e interagire continuamente con le persone, può diventare un problema. Ma per me è un sogno.