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Falstaff - DOVE L’ESTETICA È VITA QUOTIDIANA
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DOVE L’ESTETICA È VITA QUOTIDIANA
Falstaff, maggio 2026
Tra tradizione e modernità, Venezia rivela una forza silenziosa. Abbiamo parlato con il veneziano Conte Giberto Arrivabene del delicato equilibrio tra eredità, artigianato e arte del vivere.
INTERVISTA DI ANGELIKA ROSAM
FALSTAFF Il suo lavoro è profondamente segnato dall’artigianato e dalla materia. Quando tiene tra le mani un oggetto, per esempio uno dei suoi splendidi lavori in vetro, una ceramica o un tessuto, che cosa le fa capire subito che si tratta di vero artigianato?
GIBERTO ARRIVABENE L’artigianato si rivela immediatamente attraverso una certa autenticità: quando tengo un oggetto tra le mani, percepisco il dialogo tra la mano, il materiale e il tempo. Nel vetro, per esempio, esiste una tensione tra fragilità e controllo. Il vero artigianato non è mai eccessivamente elaborato; emana una tranquilla sicurezza, un’integrità che non ha bisogno di essere ostentata.
Venezia è sempre stata una città di grandi manifatture: vetro di Murano, tessuti, libri, profumi. Pensa che questa cultura dell’artigianato abbia plasmato anche la sua sensibilità estetica?
Assolutamente sì. Crescere circondato dall’eredità delle manifatture veneziane ha profondamente formato la mia sensibilità estetica. Venezia insegna che la bellezza non è un’idea astratta, ma qualcosa di vissuto, intrecciato alla vita quotidiana, agli oggetti e ai gesti. La raffinatezza del vetro di Murano o dei tessuti storici trasmette un rispetto per il dettaglio e un amore per i materiali che porto in tutto ciò che faccio.
C’è un’arte veneziana, oltre al vetro, che la emoziona in modo particolare, magari perché racconta una storia che poteva nascere solo qui?
I tessuti veneziani mi hanno sempre emozionato profondamente, soprattutto gli splendidi tessuti storici realizzati su antichi telai. Raccontano storie di rotte commerciali, di scambi culturali tra Oriente e Occidente, di una città che un tempo si trovava al centro del mondo. E sono profondamente grato che le mie figlie, Viola e Vera, stiano portando i tessuti veneziani nel mondo attraverso il loro marchio di friulane, ViBi Venezia, che ha aperto da poco la sua prima boutique a Venezia, proprio accanto al mio negozio vicino al Ponte di Rialto.
Persone provenienti da tutto il mondo viaggiano fino a Venezia per vivere questa bellezza. Lei, invece, si sveglia ogni mattina in questa città. C’è un momento della giornata in cui pensa: quanto è straordinario vivere qui?
Sì, spesso, ma forse soprattutto nelle prime ore del mattino. Quando la città è ancora silenziosa e la luce comincia a riflettersi sull’acqua, c’è un momento di risveglio, quasi come in un sogno. Venezia allora si rivela non come un luogo, ma come una sensazione, qualcosa di senza tempo e profondamente intimo.
Quando amici provenienti da altri Paesi vengono a trovarla, che cosa vorrebbe mostrare loro per primo affinché capiscano davvero che cosa sia Venezia?
Non li porterei subito ai monumenti più famosi. Li inviterei piuttosto a perdersi. Venezia deve essere scoperta lentamente, attraverso calli e campi, scorci inattesi e angoli tranquilli. Solo così si può cominciare a comprenderne la vera natura.
Molti visitatori vedono soltanto i grandi simboli della città, come la Basilica di San Marco o il Canal Grande. Dove trova personalmente la Venezia più tranquilla, forse persino più intima?
La Venezia più silenziosa vive nei suoi quartieri periferici, in luoghi dove la vita quotidiana continua quasi intatta, lontano dal turismo, come Sant’Elena o la spiaggia del Lido nelle luminose giornate d’inverno e di primavera. Lì la città respira in modo diverso, più lentamente, più autenticamente. È in questi luoghi che mi sento più vicino alla sua anima.
A Venezia il confine tra arte e vita quotidiana sembra dissolversi: anche durante una semplice passeggiata si incontrano capolavori. Questa costante vicinanza all’arte ha cambiato il suo modo di vedere la bellezza?
Vivere a Venezia plasma inevitabilmente il modo in cui si percepisce la bellezza. Quando l’arte non è confinata nei musei ma diventa parte dell’ambiente quotidiano, cambiano anche le aspettative. La bellezza diventa qualcosa di naturale, quasi necessario, un criterio con cui si misura tutto il resto.
Pensa che i veneziani sviluppino una particolare sensibilità estetica semplicemente perché crescono qui?
Credo proprio di sì. Crescere a Venezia significa sviluppare una sensibilità istintiva per le proporzioni, la luce e l’armonia. Non è qualcosa che si apprende consapevolmente; la si assorbe come una lingua.
C’è un luogo della città, un palazzo, una chiesa o magari una stretta calle, che per lei incarna in modo particolare l’essenza di Venezia?
Un luogo per me particolarmente simbolico è una piccola calle il cui nome dice già tutto: Calle Stretta, vicino al Campiello Albrizzi, e coglie perfettamente l’essenza della città.
La sua famiglia è legata a Venezia da generazioni. Quando ha sentito per la prima volta che questa storia era parte anche della sua identità?
Credo che lo si comprenda poco alla volta. Da bambino è semplicemente il mondo in cui si vive. Più tardi si inizia a comprendere la profondità di questa eredità: la responsabilità che comporta, ma anche il privilegio. A un certo punto smette di essere storia e diventa parte della propria storia personale.
La nobiltà veneziana è sempre stata diversa da quella di altre parti d’Europa: meno cortigiana, ma più legata al commercio, alla diplomazia e alla cultura. Che cosa la affascina di questa tradizione?
Mi affascina proprio questo equilibrio tra raffinatezza e pragmatismo. La nobiltà veneziana non è mai stata puramente cerimoniale; era connessa al mondo. Questo le ha conferito una certa apertura, uno spirito cosmopolita che ancora oggi trovo molto attuale.
Venezia è sempre stata nota per la sua vocazione internazionale e la sua apertura verso il mondo, e i suoi palazzi, frutto di secoli di incontri culturali, ne sono la testimonianza.
Pensa che questa antica élite repubblicana continui ancora oggi a influenzare l’identità della città?
Temo che quel mondo non esista più; la storia ha preso un’altra direzione. Per rispondere alla sua domanda, credo che questo aspetto sia andato perduto nel modo in cui la città si rappresenta oggi.
C’è una stagione in cui ama Venezia più di ogni altra, magari nella nebbia invernale, durante l’acqua alta o in una tranquilla notte estiva?
L’inverno, senza esitazione. Quando la nebbia attenua i contorni della città e la folla scompare, Venezia ritorna a se stessa. C’è una malinconia silenziosa che trovo incredibilmente bella.
Quando desidera stare completamente da solo, dove va in città?
Spesso cerco la solitudine semplicemente camminando, senza una direzione precisa, senza una meta. Venezia permette di scomparire dentro di lei. Ci sono sempre luoghi dove si può stare da soli, anche in una città così visitata.
Mi piace anche entrare nelle chiese; Venezia ne conta 240, e c’è sempre la possibilità di trovare un momento di pace e ammirarne la bellezza con occhi nuovi.
La cucina veneziana è sorprendentemente sottile: molto pesce, molta laguna, spesso grande semplicità. Quale piatto, secondo lei, racchiude meglio l’anima della città?
Senza dubbio la Granseola alla Veneziana, un piatto che bisogna assolutamente provare almeno una volta. La cucina veneziana riguarda l’essenziale, il lasciare che siano gli ingredienti a parlare. Rispecchia la città stessa: sottile, stratificata e profondamente legata al proprio ambiente.
E per concludere: quali sono i suoi tre ristoranti o bar preferiti a Venezia, quei luoghi in cui si sente davvero a casa?
Ci sono alcuni posti in cui mi sento sempre davvero a casa: intimi, discreti e pieni di carattere, luoghi dove il tempo sembra scorrere più lentamente e dove lo spirito di Venezia è rimasto splendidamente intatto, come Do Forni e, naturalmente, l’Aman Venice a Palazzo Papadopoli.
Ogni lunedì mi piace lasciare la città per andare a trovare la mia tata, la Clemi, che per me è come una seconda madre, e godermi un magnifico pranzo all’Osteria al Castelletto.